Elenco generale argomenti e rubriche-

Offriamo ascolto e attenzione invece di regali e immediata soddisfazione di richieste.

M. Rita Parsi

Ma davvero copiare in classe è un diritto?

Stiamo educando gli italiani di domani. Siamo sicuri che li vogliamo (ancora) così? Truffaldini, omertosi, compiacenti?

Cena conviviale tra famiglie amiche. Quattro amici e relativi figli. Uno racconta, mestamente, il dilemma che da mesi lo rode. Nel liceo che frequenta fatica a tenere il passo dei più bravi, una manciata. Molti compagni, nella sua stessa condizione, se la cavano copiando (dai telefonini, da internet, persino da amici o “assistenti” di ripetizione che inviano la soluzione via mail) sotto gli occhi non abbastanza vigili dei professori.
Lui non riesce o non vuole copiare, non è chiaro, e s’indigna.

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Meno importanza ai nostri giudizi

Cambiamo tutti in continuazione eppure sembra che i nostri giudizi non ne tengano conto

I nostri giudizi possono assomigliare a foto in bianco e nero un po' datate. In bianco e nero perché la nostra mente semplifica, elimina i colori e le sfumature che costituiscono multiformi realtà della persona.
Quella scena, quel momento, i personaggi ritratti in una certa posa, con un'espressione che rispecchia la situazione in cui si trovavano: nella nostra memoria resta quello, poco più o poco meno.
Se la foto è di un evento piacevole il giudizio verte al positivo, se è spiacevole il giudizio inclina al negativo.
Il fatto è che quel giudizio si riferisce solo a quello scatto di qualche tempo fa.
Cambiamo tutti in continuazione eppure sembra che i nostri giudizi non ne tengano conto, facciamo riferimento solo a quella foto stampata nella nostra memoria.
Le persone e le situazioni possono migliorare, oltre che peggiorare, ma la nostra mente è là, fissata su quella foto.
Ci rendiamo conto della parzialità e della limitatezza del nostro pensiero ma è molto difficile abbandonare le convinzioni che abbiamo consolidato dentro di noi.
Come uscirne? Con l'incontroavvicinarsi - e il dialogo. Aggiornare la nostra conoscenza degli eventi e delle persone, parlando e dialogando, ci fa ritornare alla realtà attuale e cancella ciò che di parziale e superficiale avevamo memorizzato.

Marco Manica

 

MB900440424Tutti abbiamo una propensione a definire bene ciò che a noi piace e a chiamare invece male ciò che non ci piace

Nelle sofferenze che gli altri ci provocano, non dobbiamo sistematicamente vedere della cattiva volontà da parte loro. Molti problemi di relazione fra le persone-che noi ci affrettiamo subito qualificare moralmente-spesso derivano semplicemente da difficoltà di comunicazione, da malintesi. A causa delle nostre diverse maniere di esprimerci e dei nostri filtri psicologici, a volte ci è difficile cogliere le vere intenzioni o motivazioni degli altri. (...) Si brandiscono considerazioni morali, quando in realtà non si tratta che di differenze psicologiche. Perché abbiamo tutti in noi una forte propensione a definire bene ciò che a noi piace ed è in linea con il nostro temperamento e a chiamare invece male ciò che a noi ripugna.
Quando non si fa attenzione a questo fatto, allora le nostre famiglie rischiano di diventare il luogo di una guerra permanente fra i difensori dell'ordine e quelli della libertà, fra i partigiani della puntualità e quelli di manica larga, fra i patiti della tranquillità e quelli dell'esuberanza, tra quelli che si alzano presto e quelli che vanno a letto tardi, fra i chiacchieroni e i taciturni e così via all'infinito.

È dunque necessario che ci educhiamo ad accettare gli altri come sono, a capire la loro sensibilità, i valori cui sono affezionati, valori che non sono i nostri, a distendere e ammorbidire il nostro cuore e i nostri pensieri a loro riguardo.

(J. Philippe, La libertà interiore, ed San Paolo, pp 61-62).

Giovani e sesso: tutto troppo presto

Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta: “E’ necessario che i più giovani abbiano genitori ed educatori consapevoli, che non ignorano, che non fingono di non sapere”

di Alberto Pellai

Mi guardo in giro e mi rendo conto che stiamo crescendo le nuove generazioni in una sorta di schizofrenia. Abbiamo tolto loro la paura del sesso ma li abbiamo lasciati soli. La sessualità non è una corsa sulle montagne russe.  Nella vita dei giovanissimi, la rincorsa verso una sessualità “facile, immediata e di pronto consumo” è stata favorita e accelerata dalle nuove tecnologie. Quanti si sentirebbero tranquilli se a undici anni un figlio vagasse di notte da solo in una grande città? Probabilmente, nessuno. Eppure, permettiamo ai ragazzi di aggirarsi in libertà nel web, senza limiti né regole, a qualsiasi ora del giorno e della notte. E’ necessario che i più giovani abbiano genitori ed educatori consapevoli, che non ignorano, che non fingono di non sapere. Perché altrimenti si potrebbero trovare a dover gestire problemi in famiglia che non si sarebbero mai aspettati di avere come è successo nella famiglia di Alessandra, un’adolescente come tante altre. Ecco il suo racconto.

“... Ho scelto il liceo classico …. Tutti erano molto interessati a farsi vedere dagli altri, a essere invitati alle feste, a fare gruppo. A me sarebbe piaciuto essere tra i popolari, quelli che avevano sempre un impegno nel fine settimana, un amico con cui uscire.  Ma, al di fuori delle mie due amiche del cuore, io non avevo nessuno. E mi sentivo diversa da tutti gli altri. Ero un soprammobile nella vita degli altri. Una mattina ho sentito che non ce la facevo più. Dovevo cambiare il copione. E allora ho deciso: per essere popolare dovevo mostrarmi sexy e disponibile con i ragazzi della mia scuola. Solo così avrei fatto il grande salto, sarei entrata anch’io nel club di quelle “normali”. Coì ho cambiato look. Mi sono trasformata. Ammiccavo, davo corda a tutti. Con qualcuno mi sono spinta anche  più in là. A scuola, i ragazzi hanno cominciato a parlare di me come di una facile. Mi sono cominciati ad arrivare inviti da persone che non mi avevano mai rivolto la parola. Però, ho iniziato anche a sentirmi confusa. E una mattina è successo tutto all’improvviso. Ho avuto una sensazione terribile, non respiravo più, il cuore batteva fortissimo. Ho creduto di morire. Ho fatto chiamare mia madre. Lei è arrivata di corsa. Le ho detto: “Portami all’ospedale subito. Sto per morire”. Ero sconvolta. Al pronto soccorso hanno fatto tutti gli accertamenti. Risultato: non avevo nulla. Il medico di turno mi ha liquidata dicendo: “Sua figlia ha avuto un attacco di panico”.”

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"La credibilità rispetto ai lettori è essenziale per la vita di un giornale. Ai lettori devi dare contenuti. Sono convinto che la gente oggi abbia voglia di tornare a leggere. E che abbia voglia di media affidabili.
La gente ha voglia di leggere perché di questi tempi ha bisogno di capire. Si sono accorti che capisci di più con un articolo di due pagine che con un video di un'ora» .

John Micklethwait, direttore dell'Economist

Fonte: Maria Latella, L'arma segreta? Una buona reputazione, A, 12.07.2012

Mercoledì, 17/01/2018

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