Insegnare ai bambini la sincerità

Il piatto si è rotto… Ho rotto il piatto

Aiutare i bambini ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Nelle situazioni più semplici, guidarli alla visione corretta della realtà e alla sincerità sul loro comportamento.

Giorgio – quattro anni - corre per casa inseguendo il cane. Bagno, corridoio, virata a destra verso il soggiorno dove Birba – il cane – azzanna la palla di gomma lasciata per terra. Prosegue l’inseguimento fino in cucina, Giorgio si lancia su Birba per prendergli la palla, dà una gomitata a un piatto appoggiato sul tavolo, lo fa cadere a terra e il piatto si rompe.

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Azioni che comunicano molto

Con l’aiuto dell’intuizione, si possono scoprire comportamenti che risolvono situazioni problematiche meglio di tante parole

“Rimanete ai vostri posti e seguite le indicazioni che vi saranno impartite. Furono queste le ultime parole che i poveretti intrappolati nelle torri gemelle si sentirono dire dagli altoparlanti, la mattina dell’11 settembre del 2001.
L’imprevedibile, l’emergenza, tante volte evocata nelle prove di evacuazione era stavolta lì, drammatica ed enorme nella sua gravità.
Ma, nonostante l’enormità dell’accaduto, si pensava anche in questo caso di gestire l’emergenza, l’imprevedibile, con strumenti codificati, in grado di ridurre al minimo i rischi per le persone.

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Invitare i ragazzi a pensare prima di decidere

L’etica della responsabilità nel lavoro può essere trasmessa in famiglia ai ragazzi in molte occasioni in cui chiamarli a rispondere delle loro scelte e azioni

«Etica significa comprendere che c'è una responsabilità nella professione che si andrà a svolgere – dice Giovanni Azzone, rettore del Politecnico di Milano -. E questa riflessione se parte qui, dentro le aule dell'università, ha più chance di aver successo». «Le competenze tecniche devono essere affiancate da una capacità nuova di saper lavorare a stretto contatto con figure professionali diverse. I nostri studenti dovranno sempre di più impossessarsi di linguaggi diversi, imparare a lavorare su tavoli multidisciplinari e misurarsi con culture differenti». (…).

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Descrivere, non giudicare

Meglio descrivere le persone e le loro azioni invece di giudicarle

Abbiamo una percezione settoriale: cogliamo dell’altro solo alcuni aspetti, positivi o meno in base alle nostre disposizioni interiori. Esprimere un giudizio su altri ci conferisce un senso di sicurezza, di dominio. Il giudizio è un’azione che circoscrive e semplifica la realtà a pochi dati, almeno il giudizio che esprimiamo velocemente nella nostra mente quando incontriamo una persona o pensiamo a lei dopo aver avuto un incontro.

Abbiamo bisogno di sicurezze e giudicare ci fa sentire più sicuri perché ci sembra di aver dominato un po’ di più la realtà dell’altro. Ci sembra, ma si tratta di una sicurezza illusoria, comunque parziale. L’altro è molto più ricco e complesso di quello che la nostra mente può conoscere.

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Che cosa voglio ottenere con quello che sto per dire?

E’ importante conoscere dove voglio arrivare, che cosa desidero ottenere con una comunicazione. Per essere più efficace

Ci accorgiamo di aver sbagliato solo dopo aver terminato la frase. In un momento di nervosismo o di stanchezza sbottiamo e diciamo più di quello che avremmo dovuto e voluto. Non c’è tempo per riflettere prima di parlare. Meglio, non ci alleniamo a farlo abitualmente. Ed ecco che salta fuori la frasaccia che lascia il segno, la ferita nell’altro. Dopo occorre un bel po’ di tempo per medicare, anche perché la situazione che abbiamo prodotto richiede l’umiltà di chiedere scusa e la vittoria sull’orgoglio che ci suggerisce di chiuderci in noi stressi.

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Lunedì, 23/10/2017

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