Il prof e i suoi studenti

La relazione educativa ha bisogno di presenza e di scambio reciproco

La professione del docente è una professione che ha il suo centro nella relazione educativa: che senso ha stare nella stessa aula a imparare insieme qualcosa? Potremmo caricare le lezioni su youtube e fruirne quando pare e piace, risparmiandoci alunni annoiati o riottosi e burn-out. Basterà poi stilare un calendario di compiti in classe e interrogazioni. Ma sarebbe ancora scuola? 

No. Nell’era del virtuale la scuola rimane reale, perché la relazione educativa ha bisogno di presenza, scambio reciproco (non univoco), carne (non carnalità). Benché la relazione sia impalpabile come l’aria, essa è ciò in cui a scuola si è immersi e di cui si respira. Dalla qualità della relazione dipende la crescita degli alunni, non dalla mera bravura e passione del docente nello spiegare. 

Ogni relazione è qualcosa che trascende gli attori della relazione, è fatta sì dalle persone ma dà alle persone che ne sono i poli qualcosa che supera entrambi.  

Nella relazione educativa il bene relazionale in gioco è la crescita dello studente in autonomia e spirito critico e la crescita del docente in capacità di ascolto e adattamento. Se invece la relazione diventa di controllo, fosse anche per il fascino esercitato dal carisma, quella relazione non è una buona relazione, perché non dà spazio all’allievo per crescere, ma lo rende dipendente, ipnotizzato, emotivo. E rende il docente narciso, controllore, fino ad abusare del suo ruolo. 

Le relazioni sono tali perché superano gli individui. Non basta essere buoni individui per avere una socialità e una società buona. I figli non sono a immagine dei genitori presi singolarmente (solo fisicamente), ma sono a immagine della qualità della relazione che esiste fra i genitori. E anni di insegnamento mi offrono tanti esempi quanti alunni ho avuto. 

Dopo anni di insegnamento mi sono reso conto di quanto sia bello acquisire un ruolo di vera paternità nei confronti dei propri allievi: vederli crescere liberi e non soggiogati, capaci di criticarti e di pensare autonomamente, poter parlare con loro a tu per tu, ma sempre sotto gli occhi di altri, per non abusare mai di quell’inevitabile vicinanza che la relazione educativa crea con i suoi momenti di sfogo, di debolezza, di bisogno di aiuto. Che triste beffa invece vederli al guinzaglio del proprio fascino, marionette del proprio narcisismo, incapaci di muovere un passo da soli. 

Un ottimo professionista non è detto che sia un buon marito, un buon padre, un buon amico, un buon collega. In una cultura individualista innalziamo le qualità del singolo, dimenticando la specificità delle relazioni e la loro centralità in contesti che ne sono intessuti. 

Ridare peso alle relazioni e a ciò che esse significano è l’unico modo di riscoprire il fondamento della vera socialità e società: famiglia e scuola ne sono i nuclei originari. 

  

Alessandro D’Avenia - http://www.profduepuntozero.it/2013/09/07/a-letto-con-le-alunne/

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Lunedì, 20/11/2017

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