La forza della fragilità

Non temere di mostrarci vulnerabili: le nostre relazioni miglioreranno, sostiene Brené Brown, ricercatrice americana

Libertà di sbagliare e di dire "mi sono sbagliato...". Libertà di non sapere, di non essere sempre all'altezza delle aspettative altrui, delle domande o delle prestazioni che ci chiedono gli altri. In pratica essere e mostrarsi persone normali. Perché è normale sbagliare. Siamo tutti d'accordo sul principio, ma nel momento della vergogna l'istinto ci spinge a dissimulare i nostri errori, a evitare che gli altri se ne accorgano.
Nell'ambiente di lavoro, ma anche in famiglia, siamo restii a mostrare la nostra vulnerabilità, i punti deboli. In famiglia è più difficile nasconderci, perché vivendo tutti insieme non possiamo infiocchettare la realtà più di tanto.


La ricercatrice americana Brené Brown nel suo ultimo saggio Daring Greatly (Osare in grande) descrive i vantaggi che derivano alle relazioni umane da una sana ammissione della propria vulnerabilità. (Fonte: E. Serra, La forza dei vulnerabili, Corriere della Sera, 27.10.12)
Per l'autrice la vulnerabilità stimola coraggio, creatività e connessione con gli altri. Quindi, se mi chiedono qualcosa che non conosco, devo rispondere "non lo so..."? Per essere sinceri non c'è bisogno di ostentare la propria ignoranza. Prendiamo invece una risposta del tipo: "In questo momento non so rispondere, ma mi informo e te lo saprò dire al più presto; voglio essere sicuro di darti l'informazione giusta". Denota sincerità, ammissione del proprio limite e nello stesso tempo disponibilità a informarsi rapidamente per fornire all'interlocutore una risposta sicura: elementi che facilitano trasparenza del rapporto, lealtà e fiducia.

Perfezionismo? Si può curare

Il perfezionismo è sempre in agguato, sia nel lavoro che in famiglia, "eppure nessun atleta si allena per non sbagliare mai; piuttosto per migliorare". Ecco un aspetto da sottolineare: il miglioramento. Gli altri - colleghi, capufficio, coniuge, figli - ci vedono impegnati nella gara con noi stessi (e non contro gli altri) per superare i nostri limiti, le ignoranze, i difetti: per questo non possiamo che suscitare rispetto, e forse anche ammirazione.
"Per vincere la spinta a essere perfetti, dobbiamo essere capaci di riconoscere la nostra vulnerabilità alle esperienze universali di vergogna, giudizio e biasimo", scrive Brené Brown. Per riuscirci, bisogna saper fissare dei limiti: per esempio non voler fare tutto, imparare a dire no. Risulta patetica una persona che si affanna per arrivare a tutto, molto concentrata su se stessa, quindi poco disponibile agli altri, pur di esaurire tutto quello che si è messa in testa di fare. Si arriva ad essere talmente impegnati nel lavoro per gli altri, da...dimenticarsi degli altri...
"Il vulnerabile - scrive Andrea Castiello d'Antonio, psicologo del lavoro - è la persona adulta che fonda i rapporti sull'empatia, che è capace di confrontarsi con gli altri, di delegare, di fare squadra. Purtroppo, più si sale nella piramide aziendale più gli esseri umani si trasformano in macchine. Il nuovo totem è raggiungere l'obiettivo, a qualunque costo". (Fonte: cit.).

aiuto

"Ho un problema..."

Claudio Belotti, consulente aziendale, racconta che "il leader diventa tale quando ha le paure che abbiamo noi, però le affronta; ha i problemi che abbiamo noi, però li gestisce. Insomma, ci prova: e proprio perché è umano riesce ad appassionarci e a coinvolgerci".
Anche i genitori sono leader; proviamo a uscire più allo scoperto con i nostri timori, con i problemi che ci toccano; non sarà forse questa una strada per coinvolgere e appassionare di più i figli alla vita e al combattimento?
Per Miranda Sorgente, fondatrice di Love Management, per la motivazione dei professionisti, "se il capo nasconde di avere dei problemi, il collaboratore seguirà il suo esempio. Così si innesca il circolo della finzione: coprire l'errore con bugie". E in famiglia? Se un genitore chiede aiuto e consiglio, anche ai figli, se confida un problema, un timore (ovviamente proporzionati alla maturità dei famigliari), più facilmente i figli saranno disposti e si sentiranno liberi di fare altrettanto. Non aver paura quindi di frasi come "Non lo so"; "Ho bisogno di aiuto"; "Non sono d'accordo: ne possiamo parlare?"; "Mi fai vedere come si fa?"; "Vorrei avere un feedback"; "Vi chiedo scusa, mi dispiace"; "Mi sento strano, in questo momento non sono in grado di pensare a una decisione da prendere". Sono espressioni che incoraggiano la sincerità, atteggiamenti che rinforzano i legami e stimolano l'aiuto reciproco: "Il papà mi dice di quel problema e mi chiede un parere, ha bisogno di me, del mio aiuto...". Matura la responsabilità dei ragazzi, la capacità di prendere decisioni e si normalizzano le aspettative gonfiate dall'immaginazione: "Se papà ha un'incertezza, vuol dire che è normale e quindi sono normali anche i miei dubbi e le mie insicurezze e ne posso parlare come fa lui".

Marco Manica

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Lunedì, 23/10/2017

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