di Alberto Pellai

Mi guardo in giro e mi rendo conto che stiamo crescendo le nuove generazioni in una sorta di schizofrenia. Abbiamo tolto loro la paura del sesso ma li abbiamo lasciati soli. La sessualità non è una corsa sulle montagne russe.  Nella vita dei giovanissimi, la rincorsa verso una sessualità “facile, immediata e di pronto consumo” è stata favorita e accelerata dalle nuove tecnologie. Quanti si sentirebbero tranquilli se a undici anni un figlio vagasse di notte da solo in una grande città? Probabilmente, nessuno. Eppure, permettiamo ai ragazzi di aggirarsi in libertà nel web, senza limiti né regole, a qualsiasi ora del giorno e della notte. E’ necessario che i più giovani abbiano genitori ed educatori consapevoli, che non ignorano, che non fingono di non sapere. Perché altrimenti si potrebbero trovare a dover gestire problemi in famiglia che non si sarebbero mai aspettati di avere come è successo nella famiglia di Alessandra, un’adolescente come tante altre. Ecco il suo racconto.

“... Ho scelto il liceo classico …. Tutti erano molto interessati a farsi vedere dagli altri, a essere invitati alle feste, a fare gruppo. A me sarebbe piaciuto essere tra i popolari, quelli che avevano sempre un impegno nel fine settimana, un amico con cui uscire.  Ma, al di fuori delle mie due amiche del cuore, io non avevo nessuno. E mi sentivo diversa da tutti gli altri. Ero un soprammobile nella vita degli altri. Una mattina ho sentito che non ce la facevo più. Dovevo cambiare il copione. E allora ho deciso: per essere popolare dovevo mostrarmi sexy e disponibile con i ragazzi della mia scuola. Solo così avrei fatto il grande salto, sarei entrata anch’io nel club di quelle “normali”. Coì ho cambiato look. Mi sono trasformata. Ammiccavo, davo corda a tutti. Con qualcuno mi sono spinta anche  più in là. A scuola, i ragazzi hanno cominciato a parlare di me come di una facile. Mi sono cominciati ad arrivare inviti da persone che non mi avevano mai rivolto la parola. Però, ho iniziato anche a sentirmi confusa. E una mattina è successo tutto all’improvviso. Ho avuto una sensazione terribile, non respiravo più, il cuore batteva fortissimo. Ho creduto di morire. Ho fatto chiamare mia madre. Lei è arrivata di corsa. Le ho detto: “Portami all’ospedale subito. Sto per morire”. Ero sconvolta. Al pronto soccorso hanno fatto tutti gli accertamenti. Risultato: non avevo nulla. Il medico di turno mi ha liquidata dicendo: “Sua figlia ha avuto un attacco di panico”.”

Circa dieci anni fa sono andato a un convegno a Milano, ospitato nella sede si un prestigioso istituto di credito, sul tema della televisione. All’epoca ero preside di scuola media e ho deciso di accompagnare una classe di terza, in tutto 22 alunni. La presentatrice, nota soubrette televisiva, volle fare una veloce indagine statistica sul numero di schermi tv presenti nelle case degli studenti, circa 400 alunni di varie scuole di Milano e provincia, sia statali che paritarie. Cominciò a chiedere: “Alzi la mano chi in casa possiede 4 o più televisori”. Si alzarono un po’ di mani; si scese a 3: le mani alzate erano una maggioranza (si interpretò che uno dei 3 schermisi trovava nel soggiorno, uno in cucina e uno in camera da letto dei genitori o dello studente; con due televisori in casa le mani alzate erano solo qualche decina; con un solo tv, più o meno lo stesso. A questo punto la presentatrice volle sapere se, per caso, vi fosse qualcuno dei presenti senza nemmeno un televisore: con sorpresa di tutti, anche mia, alzò la mano Andrea, un ragazzo della mia classe, seduto al mio fianco: l’unico di tutta la platea.

Alcuni amici, affermati giornalisti, mi confidavano che "la notizia" per essere tale deve toccare una delle tre S - Sesso, Sangue, Soldi -, altrimenti non viene nemmeno presa in considerazione dai vari uffici stampa. Una di loro, che lavora per un quotidiano nazionale, addirittura affermava che un tragico evento è come una benedizione dal cielo per i giornalisti.

Chi fa questo mestiere vive le tre esse come fossero una vera e propria patologia, "la sindrome delle tre esse".

Nessuno di loro osa proporre ai loro capi redattori una "Notizia" che mostri dei connotati diversi e che infonda speranza anziché la solita ed infinita tristezza.

Di Andrea Lugoboni

«E’ vero. L’ho letto su internet!»  è una di quelle frasi con cui ci convinciamo e vogliamo convincere gli altri che abbiamo ragione.
Ma la rete non è sempre un buon maestro. Di certo se vogliamo sapere che tempo fa in Australia o la popolazione dell’Armenia, non abbiamo difficoltà a saperlo.. .basta un clic.
Ma non è tutto oro quel che luccica, se vogliamo farci un’idea su problemi o fatti discussi e importanti, bisogna essere prudenti prima di fidarsi. Internet ha moltiplicato infinitamente le informazioni a disposizione degli utenti, ma ha anche abbassato la qualità. Per rendercene conto dobbiamo considerare una tra le più comuni  tendenze della mente umana: quella di cercare conferme alle proprie opinioni.

Le parole che utilizziamo raccontano qualcosa dei nostri pensieri e possono segnalare cambiamenti culturali e di atteggiamento nei confronti della vita. "Secondo uno studio condotto da Google su un database di parole estratte da 5 milioni di libri pubblicati in tutto il mondo tra il 1500 e il 2008 si è scoperto come alcune parole siano lentamente state dimenticate e altre si siano invece imposte nel linguaggio comune.
La ricerca, pubblicata dal Wall Street Journal  - «Cosa le parole raccontano di noi» -, restituisce l'istantanea di una società individualista, competitiva e poco educata.
Il senso di comunità è stato sostituito da uno spirito competitivo che ci fa preferire i termini «auto», «mio», «personalizzata». L'uso di parole come «coraggio» e «forza d'animo» è diminuito del 66 per cento, quello di «gratitudine» e «apprezzamento» del 49 per cento. Nel frattempo, l'utilizzo di parole associate con la capacità di produrre, come «disciplina» e «affidabilità» è invece aumentato". (Michela Proietti, Perché non diciamo più per cortesia, Corriere della Sera, 13.07.2013).

Mercoledì, 18/10/2017

Ultimo aggiornamento03:21:24 AM

I più letti del mese

Contatti

Seguici

Ti trovi qui:Home»Macroaree»Famiglia e società»Famiglia, media & internet

Utilizziamo i cookie esclusivamente per consentire e facilitare la tua navigazione nel sito.

Se consulti il nostro sito, assumiamo che tu lo faccia liberamente e che sia d'accordo con quanto indicato sopra.