“Ma il motorino, ti serve?”

Il tormentone del motorino. “Me lo comprate?”, “No, è pericoloso”. “Ma no! Non è pericoloso…allora non vi fidate di me!”. “Aspettiamo qualche anno e poi prendi la patente”. “Ma ce l’hanno tutti…!”.

Contrattazioni, discussioni, accaloramenti, insistenze.
In questo dialogo tra insegnante (Carlo) e allievo (Giorgio) riscopriamo come attraverso un ascolto attento e partecipe e delle domande mirate si possa aiutare il ragazzo a ragionare sulla questione e arrivare in modo più libero a una decisione equilibrata.

Si erano visti da non molto tempo, ma ugualmente Giorgio chiese a Carlo di poter parlargli l'ora successiva.
«Ma ci siamo appena visti!».
«Sì prof, lo so, ma è una cosa importante, ho bisogno di un consiglio».
«D'accordo, ti chiamo la prossima ora».
Quando Carlo ebbe Giorgio seduto davanti a sé non disse nulla, aspettando che fosse lui a prendere l'iniziativa per verificare quanto l'argomento fosse veramente importante.
«I miei, ma soprattutto mio padre, non vogliono comperarmi il motorino!».
Era quanto bastava perché Carlo potesse in qualche modo intervenire: a sostegno o meno dell'iniziativa dei genitori di Giorgio; nel chiedere maggiori spiegazioni; nel dare il suo parere, ecc., ma preferì tacere ancora.
«Continua!».
«Hanno paura che mi faccia del male. Mio padre mi ha portato tanti esempi di incidenti avvenuti a miei coetanei. Se la mette su questo piano allora il motorino non dovrebbe avercelo nessuno e invece ce l'hanno quasi tutti».

Giorgio continuò il suo sfogo con un lungo elenco delle ragioni, molte delle quali lui stesso riteneva ragionevoli, che i suoi genitori portavano a favore del non acquisto del motorino. Carlo lo ascoltava con attenzione, partecipando all’accaloramento di Giorgio e ogni tanto interveniva per chiedere dei chiarimenti. Dopo un bel po' di tempo Giorgio finì il suo acceso discorso.
«Perché mi hai raccontato tutte queste cose?».
«Volevo metterla al corrente dal momento che a casa se ne discute molto».
«Ok! Allora abbiamo finito, ce ne possiamo anche andare».
«Veramente volevo anche un suo parere!».
«E perché lo chiedi a me? Penso che i tuoi genitori bastino, non ti pare?».
«Volevo un consiglio anche da lei, magari io mi sto sbagliando su tutto».
Carlo tacque per pochi secondi, pensieroso, e poi chiese a Giorgio.

Ma il motorino, ti serve?».
Giorgio rimase interdetto, con gli occhi spalancati. Era come se tutto quello che aveva detto fino a quel momento non fosse servito a nulla. Improvvisamente, davanti a quella domanda, gli crollò tutto addosso.
«Se il motorino ti serve, non solo hai ragione tu, ma saranno i tuoi genitori per primi a volertelo comperare, forse anche se tu non lo volessi! Allora, ti serve?».
«Veramente no!».
«Allora ci sarà un altro motivo per cui vorresti il motorino».
«Sì, per andarci in giro, per stare con gli amici, per divertirmi».
«Benissimo. Anch'io alla tua età ho avuto il motorino perciò capisco come lo possa desiderare. Può essere una buona ragione, quella di averlo per divertirsi; dovresti valutare bene tu la cosa. E te lo pagheresti tu?».
«Veramente. . .».
«Ricordo di aver lavorato per parecchie estati per comperarmi il motorino!».
Il povero Giorgio vedeva indebolirsi sempre di più la difesa del suo progetto seppure Carlo non avesse detto e fatto quasi niente, intenzionalmente, perché così fosse, per demolire il suo progetto. La conversazione era molto amabile non stavano per nulla discutendo ed erano calmissimi entrambi. Carlo stava cercando di mettere in pratica in prima persona, lui per primo, i consigli che lui stesso aveva suggerito in un’occasione ai genitori dei suoi alunni: «In secondo luogo viene la capacità di dialogare con i figli. Di essere dei buoni interlocutori: i primi e migliori che i figli possano avere. Certo se i figli arrivano alla conclusione "voi non mi capite, siete rimasti indietro!", tutto cade, ci è preclusa ogni strada di possibile influenza su di loro. E da dove si comincia questo dialogo? Dall'ascolto. Con l'arrivo dell’adolescenza giunge anche il momento in cui i genitori non devono più parlare a, quasi dall’alto in basso, ma con, facendo innanzitutto parlare il figlio e rimanendo loro in ascolto cercando di comprendere quali sono i suoi punti di vista, le sue inquietudini, le sue incertezze e i suoi dubbi o i suoi punti fermi. È necessario mettersi dalla loro parte, domandarsi: "Se io fossi al suo posto, che cosa vorrei sentirmi dire? Che cosa farebbe breccia in me, ora che sono arrabbiato col papà?". Generalmente bastano poche parole, quelle che sanno metterlo di fronte alle sue responsabilità, quelle che sono intransigenti su poche cose ma fondamentali, e lasciano correre su ciò che è più superficiale e che sicuramente passerà con il tempo. Sono parole che rimandano la palla al figlio perché sia lui l'artefice della sua autoeducazione. Ciò lo si ottiene con il sapiente utilizzo delle domande. Sono domande che hanno come obiettivo principale quello di far ragionare, di far meditare, di far prendere posizione, di crearsi un criterio di giudizio. Non interessa tanto che cosa risponderà, ma il fatto che risponda, soprattutto quando le domande sono poste in maniera tale che la risposta sarà rivolta innanzitutto a se stesso. "Tu che ne dici? Che pensi di fare? Perché lo chiedi a me? Perché mi chiedi questo? Qual è il tuo parere in proposito? È vero che ci sono dei ragazzi che la pensano così e così a questo riguardo? Anche tu?". Questi interventi non si possono naturalmente improvvisare né si deve dar seguito sempre subito alle domande o alle provocazioni dei figli, soprattutto quando sono arrabbiati, quando cercano il confronto litigioso o lo scontro. È necessario creare o attendere le condizioni ideali perché i nostri interventi, il nostro parlare con loro sia efficace: è richiesta serenità e non appassionamento, l'aver pensato le cose, che cosa dire o che cosa chiedere; un'infinita pazienza; l'aver concordato la linea da seguire papà e mamma insieme, evitando di andare ognuno per conto suo, magari in contrasto l'uno con l'altro».
«Sul serio, devi decidere tu se è proprio la cosa migliore per te in questo momento o se forse puoi utilizzare i soldi per qualcosa d'altro. Sì, forse sarebbe sfizioso. Ma forse è solo un capriccio».
«Ok, prof, ci ripenso su, vedrò meglio la cosa!».
Quanti adolescenti, come Giorgio, stavano in quel periodo accalorandosi e forse litigando con i loro genitori per strappargli il motorino, o quel programma per il sabato sera o per il fine settimana. E forse tutti avrebbero avuto bisogno, magari anche per cambiare idee e comportamenti, che li si ascoltasse un po' di più.

Alberto Faccini
 

Additional Info

  • Sottotitolo: Creare le condizioni perché i nostri interventi, il dialogo con i figli siano sereni

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Lunedì, 11/12/2017

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