“Smettila di tenere il broncio…!”

Lui vuol vedere il film, lei invece il programma di varietà. Alla fine vince lei e lui se ne va in un'altra stanza senza parlare.
Oppure lei si aspetta una telefonata da lui, che invece non chiama. Quando lui torna a casa, lei fa scena muta.
Sono situazioni che accadono quando, anziché spiegarsi reciprocamente e trovare un accordo, o manifestare apertamente i propri desideri, si preferisce reagire con il silenzio.

 Silenzio che può durare ore o anche giorni. “Al centro di questo atteggiamento ci sono i rapporti di potere. Molte persone mettono il broncio perché non si permette loro di esprimere la collera, la frustrazione o la delusione quando sono vittima di attacchi verbali, di controllo eccessivo o di abuso di potere. Mettere il broncio diventa allora un mezzo per resistere al dominio dell'altro, ma anche per capovolgere i ruoli senza opporsi direttamente a questa persona. È un tentativo di riequilibrare la bilancia del potere evitando un confronto diretto” (M. F. Cyr, Smettila di tenere il broncio, Paoline).
Chi si chiude in se stesso non vuole affrontare l’altro direttamente. Come aiutarlo? Non certo fingendo indifferenza, atteggiamento che rispecchia quello dell’altro. Si alimenterebbe il ciclo del silenzio in cui ognuno fa finta di ignorare l’altro. Invece occorre esprimere il desiderio di ristabilire il dialogo, di riconciliarsi, se l’altra persona si sente ferita. Senza insistenze, lasciando che l’altro decida il tempo che vuole per riprendere la comunicazione. Deve avvertire che siamo disponibili, che desideriamo la ripresa dei rapporti abituali, senza tuttavia pretenderlo.
La persona imbronciata ha bisogno di essere accolta con il suo risentimento, e di non sentirsi giudicata. Chiudersi nel silenzio è un comportamento che denota fragilità e vulnerabilità, ha in sé il messaggio: mi sento ferito, offeso, contrariato, ma non ho la forza o la voglia di dirlo apertamente e di spiegarne i motivi perché sono bloccato dal mio stesso risentimento. Nei confronti della fragilità e della vulnerabilità funziona la comprensione e l’attesa paziente e benevola nei confronti dell’altro, con inviti che comunicano disponibilità e apertura: “Non capisco cosa sia successo. Se ho fatto qualcosa che ti ha ferito, ti prego di dirmelo”; “Ti vedo triste e vorrei aiutarti, se vuoi. Quando te la senti, ne possiamo parlare con calma”; “Non capisco perché non vuoi parlare, ma desidero che tu ti senta completamente libera/o. Vorrei riprendere a parlare con te”. 

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Domenica, 22/10/2017

Ultimo aggiornamento03:21:24 AM

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