Parlare di Dio ai bambini

Parlare di Dio ai bambini? Non solo si può, si deve. infatti l’idea di Dio e della sua esistenza può sorgere quando si fanno certe domande: tutti gli esseri umani attraversano nell’infanzia un momento “filosofico”, quel momento che tutti chiamano “l’epoca dei perché”: i bambini la sperimentano come un gioco quando si rendono conto che la semplice domanda “perché?” è capace di innescare risposte a catena.

Le domande che prima o poi ogni essere umano che non voglia ridurre la sua vita alla semplice dimensione materiale di “animale sano” sono sempre le stesse, quelle che Giacomo Leopardi mette in bocca al pastore errante dell’Asia e che altri poeti, anche lontani da una concezione religiosa dell’esistenza, si sono sempre fatti: chi sono? Da dove vengo? Qual è il mio destino? Cos’è la felicità? Perché il dolore? Esiste lassù un Qualcuno a cui posso rivolgermi? Come posso conoscerlo? Alla domanda “da dove vengo?” ogni genitore dovrebbe rispondere spiegando al figlio che proviene da un atto d’amore, che nessuno “si è fatto da sé”, che ogni nascita di un piccolo d’uomo contempla in sé un mistero di fronte al quale occorre manifestare il massimo rispetto.

Non siamo padroni della vita: né della nostra, né di quella dei figli: ogni figlio è prima di tutto un dono, dell’uomo alla donna e viceversa: la donna concede al suo uomo la possibilità di essere padre; la donna si realizza principalmente nel trasmettere la vita con la maternità. Ogni paternità rimanda alla catena delle generazioni e, in definitiva, all’origine di essa: la paternità di Dio.

I bambini sono sempre gli stessi, finché non li si condiziona a ritmi e abitudini che fanno perdere loro in fretta le caratteristiche migliori dell’infanzia: lo stupore, la curiosità, la voglia di sapere, la necessità di affetto, di contatto, di protezione. Per comunicare con loro nel modo più efficace occorre cercare di ritrovare queste stesse caratteristiche nella vita di adulti e coltivarle: una passione per i minerali, le piante, la musica, le cose belle: un tramonto, una goccia di rugiada, il volo di una farfalla, assistere alla nascita di un vitellino; intenerirsi di fronte al sorriso di un bambino, commuoversi davanti a due anziani sposi mano nella mano…

Si può e si deve rispondere alle loro domande sul senso della vita prima di tutto con la propria testimonianza di amore alla vita, pur con tutte le sue difficoltà: i bambini che si sentono amati possono comprendere chi è Dio; anzi, proprio le difficoltà, che rendono la vita un’avventura e una continua sfida alla propria comodità, aiutano a crescere figli capaci di affrontare le frustrazioni, che inevitabilmente ci saranno sul loro cammino. Essere innamorati della vita, scoprirne ogni giorno la bellezza, il dono ricevuto, la possibilità di amare ed essere amati è il primo modo di far conoscere Dio.

 

Paolo Quintarelli

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  • Sottotitolo: Tutti nell’infanzia vivono il momento “filosofico”, “l’epoca dei perché”

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Venerdì, 20/10/2017

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