Cosa le parole raccontano di noi

Le parole che utilizziamo raccontano qualcosa dei nostri pensieri e possono segnalare cambiamenti culturali e di atteggiamento nei confronti della vita. "Secondo uno studio condotto da Google su un database di parole estratte da 5 milioni di libri pubblicati in tutto il mondo tra il 1500 e il 2008 si è scoperto come alcune parole siano lentamente state dimenticate e altre si siano invece imposte nel linguaggio comune.
La ricerca, pubblicata dal Wall Street Journal  - «Cosa le parole raccontano di noi» -, restituisce l'istantanea di una società individualista, competitiva e poco educata.
Il senso di comunità è stato sostituito da uno spirito competitivo che ci fa preferire i termini «auto», «mio», «personalizzata». L'uso di parole come «coraggio» e «forza d'animo» è diminuito del 66 per cento, quello di «gratitudine» e «apprezzamento» del 49 per cento. Nel frattempo, l'utilizzo di parole associate con la capacità di produrre, come «disciplina» e «affidabilità» è invece aumentato". (Michela Proietti, Perché non diciamo più per cortesia, Corriere della Sera, 13.07.2013).

Sembra che ci siamo abituati a rapporti più impersonali che ci fanno slittare anche nell'indifferenza, ma ne siamo contenti? Tra scortesia e gentilezza da parte degli altri davvero non abbiamo preferenze? Siamo a nostro agio in un ambiente in cui ognuno cerca di mantenere e difendere la sua posizione e i suoi privilegi anche a scapito degli altri? Siamo d'accordo di essere trattati e valutati solo per la nostra performance al lavoro?
Riprendiamo a trattare meglio noi stessi; in fondo se ci siamo abituati a relazioni povere e grigie, forse, lentamente, senza accorgerci, siamo scivolati nella svalutazione della nostra persona. Svalutiamo gli altri e le relazioni con gli altri perché abbiamo smarrito la nostra dignità. Abbiamo spostato il nostro valore sugli aspetti produttivi, sulle prestazioni professionali, sull'immagine.
E sì che stiamo meglio quando qualcuno ci fa sentire al centro della sua attenzione, senza secondi motivi di convenienza. E' gradevole che ci chiedano "Permesso", anziché scavalcarci ignorandoci; ci piace sentire un bel "Grazie!" dopo un servizio che abbiamo prestato; stiamo bene se un collega si offre, senza farlo pesare, per portare a termine con noi un lavoro urgente quando siamo alle strette.
«Qualche sera fa ero al concerto di Cat Power ed è stato toccante sentire il mio vicino chiedermi, prima di accendere una sigaretta: "permette?"», racconta lo scrittore Mauro Covacich mentre passa in rassegna la scomparsa di altre parole cortesi. «C'è ancora qualcuno che quando risponde al telefono dice "pronto"? Riconoscendo già il nostro interlocutore dal nome che appare sul display abbiamo abbandonato quella formula di attenzione e esclusiva disponibilità che l'essere "pronti" prevedeva». (di Michela Proietti, articolo citato).

Marco Manica

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  • Sottotitolo: Uno studio condotto da Google fotografa una società individualista e poco educata. Ma stiamo meglio se qualcuno si interessa di noi, chiede “permesso”, ringrazia

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Martedì, 17/10/2017

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