Quando gli adolescenti provocano

Come si pongono gli adulti di fronte alle provocazioni? Ogni diverbio vi sembrerà diverso, al contrario sono state rilevate delle regolarità nell’affrontarlo che si collocano tra due aree estreme -“ingaggio” o “fuga”- lungo una linea immaginaria che unisce “imporre le proprie condizioni” a ”negare l’esistenza di un conflitto”, passando per “cercare una soluzione che soddisfi entrambi”; “attuare un compromesso”; “cedere alla controparte”; “non agire”. Chi vive una buona relazionalità sa muoversi flessibilmente operando scelte adattive a ogni circostanza: non è detto che sia necessario prendere sempre la situazione di petto, qualche volta è opportuno saper attendere che la rabbia si attenui prima di intervenire, altre è necessario fare delle concessioni per recuperare “posizioni” in tempi migliori. Anche imporre le proprie condizioni può rivelarsi imprescindibile, purché non si usi la coercizione violenta o il ricatto affettivo e tenendo costantemente presente l’obiettivo di crescita. Ciò che è sempre, sempre contro-producente è l’atteggiamento di chi agisce come se il conflitto non fosse in atto, per “quieto vivere” - maschera di insicurezza, di incapacità di gestire le proprie emozioni, di disinteresse -. Con tale atteggiamento si nega alla controparte la dignità di pensiero, di parola, in definitiva di esistere. Tenete presente che l’obiettivo è farsi riconoscere anche così, con la propria rabbia furiosa: pur di raggiungere l’obiettivo l’adolescente indossa la maschera del cattivo. Se gli adulti preposti non raccolgono la sfida, non rispondono, avviene un mancato riconoscimento: per me non esisti (si rinuncia a dare una mano ai ragazzi per attivare il pensiero, elaborare l’esperienza). 

… e i ragazzi? Anche il cursore relazionale dei ragazzi può rimanere bloccato sulla posizione di ”acqua cheta”: chi non mostra segnali apparenti di opposizione, ma rimane chiuso al dialogo e all’amicizia. È frequente che gli adulti non siano sollecitati a cogliere segnali di difesa in questo atteggiamento “silente”, poco evolutivo, di chi non “rischia” di lasciare il nido. Vi è la possibilità che il legame non evolva, intrappolando le giovani generazioni in una dipendenza “fumosa” senza confini e mete ben definiti. Si collocano all’estremo opposto i comportamenti non solo aggressivi, ma violenti. Sono basati su difficoltà metacognitive e di mentalizzazione. I deficit non consentirebbero di sviluppare un’adeguata consapevolezza degli stati mentali propri ed altrui e quindi un’appropriata considerazione di bisogni e sentimenti: se sulle emozioni non si fa un pensiero diventano esplosive.

L'adolescente chiede l'attenzione di un ascolto non conformistico. Fa, insomma, della fiducia una merce preziosa.

Appare allora chiaro che, non appena le circostanze lo permettono (e gli educatori “esperti” sanno eventualmente crearle), l’atteggiamento più costruttivo sarà di chi assume una prospettiva relazionale di tipo empatico con l’utilizzo dell’ascolto profondo e del dialogo. Teniamo ben presente che spesso il conflitto sorge su un problema latente, non definito. È, dunque, imprescindibile porre domande: chi pone domande apre alla produzione di senso, apre al futuro. La capacità dell'adulto di entrare con simpatia nel dramma adolescenziale, deve accompagnarsi a una simmetrica capacità di “distanziarsi”, di sdrammatizzare, cioè di cogliere nella richiesta di confronto e di smascheramento una verifica attiva dell'intelligenza e della coerenza dell'autorità che stanno alla base tanto della dialettica generazionale quanto della esplorazione critica. Una grande risorsa risiede nella “rete” di chi, oltre a porsi obiettivi educativi, sa voler bene: si saprà allora fare squadra, aggirare le “difese” e proporre ai ragazzi l’interlocutore che sappia entrare, di volta in volta, con più “gancio” ed opportunità, uscendo da schemi angusti e predefiniti. 

Vale la pena, pertanto, attivare un ampio processo di rivisitazione del conflitto - in famiglia, nella scuola, nelle parrocchie … - che crei nuove competenze a partire da una nuova capacità di lettura della situazione, districandosi fra aspetti emotivi, relazionali ed organizzativi.

Giovanna Ferrari

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Domenica, 17/12/2017

Ultimo aggiornamento03:21:24 AM

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