Ai figli punizioni o elogi?

“Le cose che funzionano meglio sono quelle dove si fanno le regole, magari dopo una contrattazione, e poi si applicano in famiglia, all'oratorio, a scuola, nel centro sportivo", afferma Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra e psicoterapeuta. 
Quando il ragazzo trasgredisce la regola, lui si aspetta l'intervento dell'adulto, che non può minimizzare l'accaduto, ma deve far cogliere al ragazzo l'importanza e la necessità del limite. La punizione serve a questo: altrimenti come fa il bambino a cogliere l'aspetto protettivo della regola? Ovviamente la punizione non deve umiliare o mortificare. 
"Oggi l'educazione è sbilanciata sulle manifestazioni d'affetto rispetto alle punizioni - dice Anna Oliverio Ferraris, docente di psicologia dello sviluppo alla Sapienza di Roma - perché è la tesi che va per la maggiore, i bimbi sono così fragili da non reggere alle annotazioni negative. Non è vero. Molto dipende dal temperamento del ragazzo". 
"L'intervento repressivo deve essere verbale e non va bene usare la forza anche se uno scappellotto può servire da segnale". 
Secondo la psicoterapeuta Federica Mormando è necessario andare alle radici del problema: «Non è questione di giudizi positivi o negativi dati da genitori ai figli - nota Mormando - quanto di educazione: bisogna educare i bambini insegnando loro poche cose ma chiare e inesorabili. E difenderle con autorità: se il genitore non è autorevole, castigo o no, c'è poco da fare».

Fonti: Il fatto e le opinioni, a cura di A. Sanfrancesco, Famiglia Cristiana, n. 3/2013;

Giulia Ziino, Corriere della Sera. 03.01.13 -  

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  • Sottotitolo: Bisogna insegnare ai bambini poche cose ma chiare e difenderle con autorità

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