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I trabocchetti nelle relazioni

Eccomi di nuovo con voi dopo una pausa di “nonneità” (sono comparsi sulla scena della mia vita tre splendidi nipotini a breve distanza l’uno dall’altro…).
Ci siamo lasciati quando, in chiusura al mio ultimo scritto, il sipario si stava alzando su prospettive di crescita e benessere relazionale abbinate al conflitto. Ma, immagino, vi sarete chiesti: “come è possibile?”. Quando l’esperienza ci conferma quasi quotidianamente che in presenza di una contraddizione di scopi, se ci sentiamo giudicati invece che ascoltati, se il nostro interlocutore ci impedisce di esprimerci come vorremmo, perdiamo “le staffe”, spesso lasciamo che sia l’aggressività distruttiva ad affermarsi lasciando come conseguenza un sentimento pervasivo di disagio e sofferenza. 

Ci siamo detti che lo stare nei conflitti è un modo “rischioso” di stare in relazione. Il rischio è che porti a galla le parti più recondite e difese nostre, di cui talvolta nemmeno noi siamo consapevoli. Nell’incontro con le persone più diverse sovente rilevo che quanto i bimbi temono il buio, tanto gli adulti la luce e che quando non si riesce a dare al conflitto una direzione evolutiva è spesso perché sono implicate forze inconsce, e dunque non controllabili.

In ogni conflitto sono individuabili due livelli: uno manifesto (empirico, osservato, conscio) e uno latente (inconscio, inferibile dal comportamento). Il livello manifesto riguarda i comportamenti adottati dalle parti, mentre ben due elementi su tre restano ad un livello nascosto e sono quelli riguardanti le percezioni, i sentimenti e ciò che in gergo tecnico viene chiamato “l'oggetto del contendere” (ciò che è ambito).

Analizziamo in prima battuta le percezioni. Provate a dire che cosa vedete nella figura qui rappresentata prima di leggere oltre… E chi vi sta accanto cosa vede? Fate la prova! Vi sono delle figure ambigue la cui percezione è guidata da caratteristiche personali che non hanno di per sé influenze positive o negative sulla relazione. Ma se la percezione del mondo dell’uno è analitica (vedrà macchie), quella dell’altro sintetica (vedrà un cane), la differente modalità di cogliere ed elaborare gli stimoli potrebbe costituire fonte di fraintendimenti. Questi esempi possono essere rinvenuti in molteplici contesti a conferma che la percezione diversificata non va letta necessariamente come una scelta di valore o di campo.

Se si è entrambi rilassati e il comprendere quale figura è rappresentata non coinvolge emotivamente, sarà come un gioco. Se si manterrà aperta la soglia allo stupore, si avrà la sufficiente duttilità di “mettersi nelle scarpe” dell’altro, l’accortezza di porre domande opportune, la pazienza di ascoltare senza giudicare, la forza di esporre il proprio punto di vista senza trascendere. Così si scioglieranno malintesi, incomprensioni ed eventuali arrabbiature; la relazione ne uscirà approfondita ed arricchita.

Ma quando l’”oggetto del contendere” è rilevante per la storia personale, il gioco si fa duro. Pensate ai casi altamente conflittuali di separazione e divorzio in cui i figli sono “oggetti da contendersi” usati per danneggiare l’ex… . In questi frangenti entrano in ballo le emozioni e i sentimenti che hanno permeato tutta la storia di vita ed in particolare (vi ricordate il primo articolo?) le relazioni più significative intrecciate con gli adulti di riferimento. Per proteggersi, farsi accettare o amare, a volte ci si rinchiude in un copione prestabilito. Ma per esprimere il meglio di sé, è fondamentale esplorare senza censure le diverse sfaccettature della propria personalità. 

Nella trama degli scambi piccolo-caregiver sempre rimane qualche smagliatura, qualche ferita che, se viene “toccata” nelle relazioni successive, ne guida le risposte in modo tanto più automatico e “tirannico” quanto più è profonda, estesa ed inconsapevole. È il caso, ad esempio, in cui una critica al proprio operato o una divergenza di opinione vengono percepite come attacchi personali. Se in situazioni conflittuali accade di reagire ripetutamente in modo non consono alla situazione (e altri lo fanno notare), invece di pensare che l’altro è il nemico in difetto, è necessario prendere tempo, fermarsi a riflettere. È una opportunità  da cogliere, offerta dal conflitto, per portare-alla-luce con coraggio bisogni fondamentali inappagati nell’infanzia, tenuti celati, che il presente richiama prepotentemente. E se il ricordo emergesse troppo doloroso, parlarne con una persona di fiducia, accogliente e supportante -che offra nuovi modelli buoni con cui riparare la mappa danneggiata dell’intreccio relazionale- si rivelerebbe una scelta indubbiamente impegnativa ma evolutiva e ri-generante. È un lavorio interiore che richiede tempo ed esercizio ma, quando la consapevolezza si è fatta strada, si può decidere di liberarsi finalmente dai lacci inutili che ingarbugliano le relazioni.

Giovanna Ferrari

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  • Sottotitolo: Come parti sconosciute di noi guidano le risposte

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Mercoledì, 18/10/2017

Ultimo aggiornamento03:21:24 AM

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