La “relazionalità”. Caratteristica innata o capacità acquisita?

La capacità relazionale è la modalità, più o meno efficace, con cui una persona comunica e crea legami.
La vita oggi è intrisa di aggressività per strada, sul lavoro, in famiglia. Quante volte sentiamo dire: "Mi fa uscire dai gangheri!", come se la reazione a una provocazione fosse dettata dall'istinto, da meccanismi già determinati alla nascita. Se così fosse, non ci sarebbe spazio per il cambiamento: chi è "dotato" geneticamente di capacità di stare nelle relazioni sarebbe fortunato, gli altri sarebbero destinati a incontri fallimentari.
Effettivamente alcune predisposizioni connaturano il piccolo d'uomo, ma non nella linea deterministica.
La condizione prolungata di totale bisogno che lo caratterizza lo rende dipendente da chi si prende cura di lui e gli garantisce la sopravvivenza; ma fin dai primissimi giorni di vita (anzi addirittura dal grembo materno) è predisposto per la relazione. Il tocco, la carezza, il tono di voce, il clima familiare che accompagnano l'accudimento lo nutrono più del cibo.


Negli scambi con le persone più significative il piccolo va configurando più rappresentazioni interne organizzate (di sé, dell'altro e della relazione che si stabilisce con il caregiver, ma anche di quella esistente tra i genitori), mappe che gli permettono di prevedere il comportamento dell'altro e ne guidano le risposte in modo tanto più automatico quanto più è pressante lo stato di ansia o di bisogno.
È nel sostegno che la madre e il padre reciprocamente si offrono per elaborare le proprie storie e sintonizzarsi adeguatamente con i bisogni del figlio, che si gioca la sua capacità di relazione. Tanto che anche i legami sentimentali futuri ne verranno influenzati.
Quando le figure di riferimento sono sufficientemente vicine, sintoniche e capaci di attaccamento il pupo si sente sicuro, amato e acquisisce fiducia in sé e nell'altro. Il suo comportamento sorridente, giocoso, esplorativo, socievole lo rivela. Se la madre (intesa come ambiente) rifornisce il bimbo di latte, ma non riesce a offrirgli anche il miele della gioia per la vita, egli sperimenterà uno stato di paura, di angoscia e adotterà un atteggiamento difensivo guardingo,  di evitamento dei contatti oppure di ambivalenza. Segnalerà la sua rabbia e insicurezza con l'indifferenza nel primo caso, o con un corteggiamento disperato combinato bizzarramente con un atteggiamento aggressivo, nel secondo. La madre, dunque, ha la funzione di fornire un rifugio (safe haven) dove tornare per un rifornimento di sicurezza, e una base sicura (un trampolino di lancio) da cui partire per esplorare il mondo.
E per chi non ha vissuto rapporti vivificanti, il destino relazionale è segnato? La brutta notizia è che, in questo caso, la strada verso relazioni appaganti si presenta più tortuosa, la bella è che i modelli acquisiti possono essere rivisti se portati a consapevolezza ed elaborati  in ambienti relazionali accoglienti e supportanti.

Giovanna Ferrari

--------------------------

Con questo articolo inizia la nuova rubrica Relazioni e conflitti curata da Giovanna Ferrari.

Lascia un commento

Domenica, 17/12/2017

Ultimo aggiornamento03:21:24 AM

I più letti del mese

Contatti

Seguici

Ti trovi qui:Home»Macroaree»Rubriche»Relazioni e conflitti»La “relazionalità”. Caratteristica innata o capacità acquisita?

Utilizziamo i cookie esclusivamente per consentire e facilitare la tua navigazione nel sito.

Se consulti il nostro sito, assumiamo che tu lo faccia liberamente e che sia d'accordo con quanto indicato sopra.