Il telegiornale visto dai bambini

"Terremoti. Bombe nelle scuole. Cronache di violenza, violenze cittadine. Se c'è una notizia al telegiornale, in famiglia se ne parla apertamente, neppure con troppa solennità", scrive una lettrice di A. "Però anche questa notte mia figlia di 11 anni è corsa nel lettone per paura del terremoto, anche se siamo a centinaia di chilometri di distanza... forse dovremmo trattare con più delicatezza certi argomenti?".


"Sì, hai trovato la parola giusta: delicatezza", risponde Lella Costa. "Che non vuol dire censura, o menzogna, o rimozione. Vuol dire cercare di farsi tramite tra il mondo e i suoi cittadini più giovani, e dunque meno protetti, meno armati per affrontare la vita. Vuol dire imparare a raccontare quello che succede, anche le cose brutte, con un linguaggio adeguato all'età e alla sensibilità dei nostri figli, senza dover per forza diventare leziosi e fiabeschi. I bambini non se la bevono comunque, la versione edulcorata: hanno i loro codici per decifrare la realtà, anche se sembra che non prestino mai attenzione a niente. (Lella Costa, Terremoti, bombe, violenza: ma ai bambini fa bene vedere il tg?, A, 12.07.2012).

Delicatezza, che vuol dire anche empatia, cercare di sentire assieme al bambino, calarsi nella sua sensibilità e nel suo mondo. Questo riguarda il modo di comunicare una notizia o un contenuto spiacevoli o dolorosi. Possiamo aggiungere di far conoscere ai bambini anche le buone notizie, che fanno parte della stessa storia, accostandole a quelle cattive. A proposito del sisma in Emilia, abbiamo letto molte vicende di generosità e di coraggio, ne citiamo due tra molte, raccolte dalla cronaca.

Il medico che corre ad aiutare i suoi colleghi nelle zone terremotate
Si chiama Marco Barozzi, 55 anni, primario della Medicina d' urgenza del Pronto soccorso di Cesena. Lui ripete che «non c' è niente di straordinario in quello che ho fatto». La mattina della scossa ha preso il cellulare e ha chiamato i suoi vecchi amici medici impegnati nelle zone colpite e ha capito subito che doveva andare ad aiutarli. «Quello che ho capito è che la mia presenza lì è stata un sollievo. Prima di tutto perché i colleghi erano al lavoro dalla prima scossa di terremoto senza la minima pausa. Erano sfiniti. E poi io li conosco tutti". La presenza di un vecchio amico che conosce infermieri, tecnici, barellieri, medici di base, ha fatto tirare il fiato ai responsabili del Posto medico avanzato.


Travolta dalle mail dopo l' appello online
Non l' avrebbe mai detto. Manuela Macario, 40 anni, di Bologna, dice che «mai mi sarei aspettata una tale risposta dalla rete». Qualche giorno dopo il primo terremoto ha pubblicato un appello su Twitter e Facebook. Diceva, in sostanza, «non possiamo stare fermi, facciamo qualcosa», dove per qualcosa si intendeva per esempio raccogliere generi di prima necessità per i terremotati, lei avrebbe potuto fare da punto di riferimento, passare a prendere le donazioni e perfino andare a consegnarle. «Beh, non riuscivo più a gestire le email per quante me ne sono arrivate» spiega adesso, dopo aver distribuito viveri a volontà nell' accampamento davanti al campo di calcio di Bondeno.
Fonte: Giusi Fasano, Il soldato che accoglie gli immigrati sul treno, Corriere della Sera, 02.06.2012. 

Marco Manica

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  • Sottotitolo: Comunicare le notizie con un linguaggio adeguato all'età e alla sensibilità dei nostri figli
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