Comunicare con empatia

Carletto oggi è un po’ giù. E’ andata male l’ultima verifica di matematica. E’ ammutolito, tiene il broncio. La nostra reazione istintiva sarebbe fare domande: Che ti succede? Che hai oggi? Ma sappiamo che sarebbe un passo falso. Se una persona è scarica, dove trova l’energia per rispondere a delle domande? L’esperienza ci ha insegnato ad attendere, a lasciare libero l’altro di stare in silenzio e di manifestare il suo malumore. Potremmo dire: ma no, anche lui deve imparare a sorridere quando le cose vanno storte, perché tutti in famiglia cerchiamo di alimentare un clima positivo…

Se tutti facessimo la faccia scura ogni volta che capita una contrarietà, che cosa diventerebbe la nostra casa!? Questo principio contiene sicuramente della saggezza, ma sarebbe poco prudente applicarlo rigidamente a tutti e in ogni caso. Pensate al paradosso di una famiglia in cui tutti sorridono sempre, manifestando veramente o simulando (chissà poi quando sarà vero l’atteggiamento…) stati d’animo positivi e piacevoli. Sarebbe una famiglia con pochi scambi emotivi ed affettivi autentici, in cui ognuno dovrebbe risolversi da solo i propri problemi. Sì, cerchiamo sicuramente di alimentare in casa un clima gioioso, ma non imponiamo a nessuno il dovere di sorridere: è una capacità che si matura attraverso un’elaborazione interiore della realtà e una crescita di sensibilità nei confronti degli altri, che in famiglia hanno anche bisogno di ricrearsi. Occorre tempo, convinzione, esercizio e…esempio degli altri familiari.

Torniamo ora al nostro Carletto. Nei suoi confronti la strada giusta è l’empatia, che significa “Sentire dentro l’altro”. Che cosa sento dentro Carlo? Che cosa posso fare per sentirlo? Non basta intuire i suoi pensieri di scoraggiamento e di pessimismo, occorre che io riesca a sentire quello che può provare Carlo in quel momento, senza giudicarlo o volerlo “istruire” con i miei consigli. Mi colloco nei suoi panni, mantenendo però la mia diversità, il che mi permette di essere più obiettivo e sereno nel rivolgermi a lui. Comprendo il malumore di Carlo, fino a dispiacermi per lui, ma io non soffro come lui, perché non ho patito una sconfitta scolastica (cfr M. Fornaro, L’empatia e le sue basi neurologiche, in Psicologia contemporanea n. 221, sett.-ott. 2010, p 8).

“Carletto, ti vedo un po’ giù. Mi dispiace per te. Non so che cosa ti sia successo. Se vuoi che ne parliamo sono pronto ad ascoltare, se preferisci tacere va bene ugualmente. Se hai bisogno di qualcosa sono qui”. Questo potrebbe essere un approccio, ma se ne possono pensare altri. Attenzione a modellare la comunicazione al momento in cui si verifica, evitando di applicare copioni fissi. 

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  • Sottotitolo: Sentire che cosa accade “dentro” l’altro per offrire le parole e l’aiuto adeguati

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Mercoledì, 18/10/2017

Ultimo aggiornamento03:21:24 AM

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